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Foto ©Germana Lavagna

Da bambino avrei voluto fare il veterinario a Salina, un lavoro semplice su un’isola tranquilla. E infatti, mentre studiavo per, ho fatto da sguattero tutto-fare in uno studio veterinario di via Sambuco a Milano. Poi la vita mi ha portato altrove, e dal sognare un’isola mi sono ritrovato a far di tutto, in giro per il mondo. Mi sono ritrovato, in ordine sparso, a fare l’elettricista, il corrispondente di guerra in giro per il mondo, l’imbianchino, a viaggiare guidando in fuoristrada per il Chiapas con i comandanti zapatisti, a fare il dirigente di importanti organizzazioni umanitarie, a crescere tre figli, a dirigere per dieci anni una redazione di 20 persone, ad andare in barca a vela, a fare motocross, a fotografare spose e bombe, star e poveracci.
Ho imparato che per fare carriera, ovunque, si devono fare troppi compromessi. Che per tenere il potere si deve essere più furbi che capaci. E infatti non ho fatto grandi carriere o avuto grandi poteri.
Ho imparato che servono alte doti diplomatiche per tenere insieme una redazione e che invece a volte una crisi diplomatica dall’altra parte dell’oceano si risolve con “l’intelligenza degli elettricisti”, come direbbe Paolo Conte. Ho imparato che per tenere la rotta (di una barca, di una macchina in fuoristrada, di una scelta di vita) ci si deve fidare delle proprie sensazioni solo quando si è capaci di comprendere i segnali che arrivano da tutto quel che ci circonda, altrimenti è meglio imparare a fidarsi di chi ne sa più di te. Ho imparato a gestire gruppi complessi in situazioni complesse, il che diventa molto utile quando si deve collaborare alla liberazione di un ostaggio in Afghanistan, o mandare in stampa un giornale mentre il caporedattore strilla per l’agitazione, o tenere insieme una famiglia, oppure – come di solito succede – portare avanti il tutto contemporaneamente, senza lasciare indietro niente. Nemmeno le lampadine.