mercoledì, Ottobre 20 2021

C’ero, eh sì posso dirlo. C’ero quando quei nanetti di indios si presero il Chiapas. Oggi ho un cassetto pieno di giornali, e di una pettorina fluorescente con scritto PRENSA a cui i militari mesicandi dedicavano troppa pricolosa attenzione per poterla indossare.
Ricordo la tipografia-redazione del Tiempo, il giornale di San Cristobal dove passavamo le nottate a raccogliere notizie e a sognare la rivoluzione insieme ai redattori-tipografi del quotidiano che a breve sarebbe diventato il più citato del mondo, ma che in quel momento non ci cagava nessuno e noi telefonavamo a tutti i quotidiani-settimanali-mensili per cercare di spiegare che in quel buco del culo del mondo messicano stavano succedendo cose importanti per il pianeta.
Ho ancora la fotocopia sbiadita della lettera in cui il SubCom chiedeva scusa a quei giornalisti cui un drappello di zapatisti  – giustamente incazzati con l’universo – avevano portato via soldi, cineprese e macchine fotografiche. “Scusate, ma in una rivoluzione queste cose capitano”, diceva la lettera autografa a cui era accluso un pacco contenente tutti i soldi, tutte le cineprese e tutte le macchine fotografiche prontamente restituite.

Adesso il SubCom ha deciso, insieme ai suoi compagni, di smettere di esistere. Continuerà a fare la rivoluzione, ma smetterà i panni del SubComandante.

Ma io vorrei, anzi voglio continuare ad essere un nero in Sudafrica, un gay a San Francisco (oggi in Russia, o in Iran, o nel nostro democratico Afghanistan), un anarchico in Spagna, un indio in Messico, un pacifista in Bosnia, un palestinese in Israele, un comunista dopo la fine della guerra fredda, una donna sola in una notte di sabato in ogni metropoli messicana, uno studente infelice, un dissidente nell’economica di mercato, un artista senza galleria.

Ma anche un profugo siriano alla stazione Centrale, un migrante su un barcone scassato al largo di Lampedusa e un disoccupato o un precario fuori mercato perché troppo giovane per avere esperienza oppure, più naturalmente perché anzianotto, in una qualsiasi città di questo Paese.

Credo che tutti noi dovremmo imparare ad essere queste cose, se vogliamo cambiare il mondo. E io continuo ad essere uno che il mondo lo vuole cambiare. Come, ne sono certo, continuerà a volerlo cambiare anche el Sub.

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