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Fascismo. Lucciole per lanterne (3)

fascismo s. m. [der. di fascio]. – Movimento politico italiano che trasse origine e nome dai Fasci di combattimento fondati nel 1919 da B. Mussolini e che, costituitosi in partito nel 1921, conquistò il potere nel 1922 con la marcia su Roma. […] Il termine è stato poi esteso, più o meno fondatamente, a indicare altri movimenti sorti soprattutto in Europa fra le due guerre mondiali, e successivamente anche in paesi extraeuropei, con caratteristiche simili a quelle del fascismo italiano: il fspagnoloil fdei colonnelli in Grecia.

Quando si parla di fascismo, oggi, tendenzialmente ci si riferisce innanzitutto alla sua violenza squadristica, alla conquista violenta del potere, in esplicita eversione delle leggi, ad un regime che ha sciolto i partiti (tutti tranne il partito fascista), ha abrogato la libertà di stampa, ha fatto assassinare i capi dell’opposizione, ha introdotto nuovi reati politici criminalizzando ogni forma di dissenso. Un regime che ha prima ha esaltato la guerra come sublime forma di realizzazione dell’uomo, poi la supremazia razziale e il colonialismo più criminale.
Quando si parla di fascismo, tendenzialmente, ci si ferma alla sua estetica. E purtroppo, specularmente, anche l’antifascismo è stato più estetico che sostanziale. Ed è proprio l’estetica dell’antifascismo che nel passato ha causato da un lato scelte disastrose in troppi ragazzi che han forse creduto di poter difendere chissà cosa a sprangate e dall’altro ha generato un antifascismo superficiale, fermo al timore del ripetersi di un totalitarismo repressivo.

Il fascismo è stato molto più importante della sua estetica. Ed è con quello – e con gli effetti che ha prodotto – che non si sono fatti i conti a sufficienza.
Il fascismo è stato prima di tutto una teoria politica. Una teoria che disprezzava l’uguaglianza e la fraternità (oltre ovviamente alla libertà) della rivoluzione francese, e che avrebbe voluto risolvere i riconosciuti ed all’epoca evidenti conflitti sociali in corso non attraverso la redistribuzione della ricchezza o attraverso la solidarietà, ma dividendo la società in corporazioni di medievale memoria, pacificate le une con le altre poiché i loro appartenenti sarebbero stati buoni e al loro posto senza rivendicare né più giustizia sociale né più equità. Una divisione in corporazioni solo all’interno delle quali ci si sarebbe potuti affermare in una spietata competizione individuale.
Il fascismo è stata una teoria politica fondamentalmente antieuropea, fortemente basata sull’identità nazionale, sul rifiuto dell’altro da sé, sulla forza dell’Italia in quanto nazione costruita da uno Stato forte non perché capace di dare regole di convivenza civile e leggi, ma perché fortemente ideologico. Uno Stato che riconosceva la centralità dell’individuo-competitore, dell’individuo espressione di forza bruta (torna l’esaltazione della guerra), dell’individuo che sopravvive attraverso l’eliminazione del nemico, e non certamente basato sull’individuo come parte di un organismo vivo a cui tutti partecipano partendo da pari condizioni per garantire una crescita di tutti. Per lo Stato fascista, l’interesse generale si otteneva attraverso il successo di chi, sconfiggendo i competitors, i nemici, riusciva ad emergere in quanto migliore degli altri, più “adatto” in una (sbagliata) applicazione delle teorie di Darwin alla specie umana. Non a caso, il mito dell’uomo forte al comando.

Se la nostra società fosse davvero antifascista, avrebbe riconosciuto molti degli aspetti di una cultura (o subcultura) politica che ha dominato gli ultimi 20 anni.
Anche oggi si tenta di sedare il conflitto sociale attraverso la riorganizzazione di corporazioni chiuse entro le quali si compete. Non a caso quella italiana è la società occidentale dove il cosiddetto ascensore sociale è più lento. Anzi praticamente immobile. Anche oggi è in auge la competizione tra individui (finta competizione peraltro, ché si parte da posizioni più o meno privilegiate) come se fossimo slegati gli uni dagli altri, come se fossero diversi l’interesse generale degli umani e quello di ciascun singolo appartenente alla specie umana o – peggio – come se l’interesse generale fosse quello di fare emergere il più forte e non quello di far sopravviene al meglio tutti. Non a caso in Italia ci si affida a dei capi piuttosto che a delle organizzazioni sociali (che siano partiti o altro) per governare il Paese. Che infatti non è governato da chi governa ma dalle “corporazioni” più potenti. E oggi la corporazione di gran lunga più potente è quella di chi basa la propria forza sulla disponibilità di risorse finanziarie e non produttive o di lavoro qualsivoglia. Non a caso persino i sindacati sono sempre più organizzati attraverso categorie che rappresentano – appunto – interessi di categoria e non interessi generali.

Non a caso si chiama crisi quella che è ingiustizia: una ingiustizia è provata da qualcuno e all’ingiustizia (e a quel qualcuno) ci si ribella. Non è un caso che il lavorio culturale degli ultimi 30 anni ci abbia privato in modo devastante degli strumenti minimi indispensabili per leggere quel che ci circonda, capirlo e se non va magari cambiarlo.

Sarebbe bene che qualcuno smettesse di prendere lucciole per lanterne, e cominciasse a dare parole e risposte sensate alle terribili difficoltà che stanno colpendo le persone, che non riusciranno certo a risolvere i loro problemi a forconate o prendendosela con dei miti astratti (oggi sono le banche le sedi di equitalia, ieri erano le banche e gli ebrei).

Il problema più drammatico oggi è che oltre ad essere privi di strumenti, non siamo più nemmeno capaci di riconoscerci, e quindi di riconoscere che il nemico non sono mitologiche caste o finanze o equitalie. Ma sono concretissime scelte politiche che hanno permesso il proliferare dell’illegalità, che han permesso all’evasione fiscale di arrivare a quote stimate di 130-150 miliardi, hanno  permesso alle rendite da capitale di essere meno tassate delle rendite da lavoro. E sono anche persone in carne e ossa: i mafiosi (che non sono quelli con la lupara, ma sono quelli che gestiscono gli affari miliardari dei rifiuti, delle costruzioni, persino delle mozzarelle), gli evasori fiscali (non quelli che non riescono a pagare l’Iva perché hanno crediti insoluti, ma chi detiene ricchezze enormi costruite attraverso la frode e l’elusione), chi gestisce capitali enormi e preferisce investire in borsa piuttosto che sull’innovazione delle aziende, sulla ricerca, sulla qualità del lavoro, chi specula sulla salute dei cittadini, chi svende beni comuni e chi rivende beni comuni a pressi folli. Questo è il nemico. Questi sono i nemici: quelli che all’interesse di tutti antepongono il proprio a costo di ridurci alla disperazione e alla fame. Perché ricordiamocelo, la Costituzione italiana dice: ”L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”. E non pare proprio che le cose vadano così.
O ci si prende la responsabilità di dare un nome e un volto alle cose, e quindi a governarle se si sta al governo o ad opporvisi se si è all’opposizione, oppure quando domani ci sveglieremo del tutto fascisti (e le rivolte dei forconi, prive di qualsiasi analisi, accelerano questo processo perché alimentano miti invece di combattere nemici) non potremo che maledirci. Perché, oggi, il problema non è chi sta dietro alla rivolta dei forconi, ma chi non c’è davanti.

2 Comments

  1. 14 Dicembre 2013 at 7:05 am — Rispondi

    Caro Maso, non sò a quale periodo storico ti riferisci quanto parli di “antifascismo più estetico che sostanziale”.
    Ben prima della sostanza dei centomila partigiani morti durante i due anni e mezzo di guerra civile, passata alla storia col nome di RESISTENZA, l’antifascismo italiano, ha vissuto ben poco o nulla di “estetico”, Essere antifascisti non è stato un fatto di “estetico” a cui si appiccica un’etica comportamentale quale moda del momento, considerato che di antifascisti erano piene le carceri italiane oltre agli esuli e confinati. Ti parlo da Comunista con la C maiuscola. Avendo avuto mio padre, prima che mi generasse, perseguitato, arrestato, processato e condannato, per la sua opposizione tutt’altro che “estetica” al fascismo, proprio per il suo essere antifascista. Se ti scappa un minuto di tempo, vai alla Treccani, enciclopedia degli italiani.. alla lettera M. troverai Michele Mancino e la sua storia di fiero oppositore, non “estetico”, al fascismo. Sempre se ti avanza un altro minuto cerca presso l’editore Galzerano di Casal Velino (SA) le sue pubblicazioni. Poi, potremmo anche parlare di “estetica” antifascista. Se poi ti avanzasse un altro minuto, puoi andare all’archivio centrale del casellario politico del ministero degli interni, all’EUR- Roma. Dove troverai tantissima sostanza e nessuna “estetica”, con tanto di nomi e cognomi.

    • 14 Dicembre 2013 at 9:38 am — Rispondi

      Caro Tonino, non parlo certo della Resistenza o del periodo che l’ha preceduta. Sono figlio di partigiana. Parlo dell’antifascismo venuto dopo, come l’accenno alle spranghe dovrebbe suggerire. Parlo dell’antifascismo di chi oggi (e negli ultimi anni) professandosi antifascista lascia che la società si fascistizzi nella sostanza.
      Mi spiace aver ingerato l’equivoco…

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