sabato, Aprile 17 2021

Anche l’Europa ha i suoi Garage Olimpo. Uno si troverebbe a Korenica, in Croazia. Una piccola località quasi in Bosnia, a soli 15 chilometri da Bihać, dove migliaia di migranti stazionano sotto una neve e un gelo che non conoscono frontiere in attesa di passare l’ennesimo confine nella speranza di una nuova vita europea, lontana da guerre, fame, sete, persecuzioni. Un piccolo Paese di 1550 abitanti, e che potrebbe essere – visto sotto la neve – una qualsiasi amena località montana circondata da foreste di pini e betulle imbiancati, con hotel e chalet ben curati ma adesso abitati solo da agenti della policija croata – i parcheggi pieni solo di camionette bianche e blu – che a centinaia, ogni giorno, pattugliano la zona di confine per respingere ogni tentativo di ingresso in Europa.
In questo garage, nei pressi del posto di polizia locale sarebbero stati pestati e torturati decine e decine di persone che avevano la sola colpa di essere entrate illegalmente in Croazia, l’ultima tappa balcanica della rotta che porta verso l’Austria e infine la Germania, oppure l’Italia.

Nelle ultime settimane la Croazia non ha tremato solo per le accuse rivolte dagli attivisti e dagli stessi migranti alle forze di polizia, ma anche per i forti terremoti che hanno devastato la zona di Petrinja, causando decine di vittime e migliaia di sfollati interni. “Abbiamo cacciato i nazisti, e poi i russi, e poi i serbi, ma davanti ai terremoti ci si può solo arrendere”, ci dice Bojana, una volontaria arrivata da Zagabria che smista pacchi alimentari guardando attraverso un velo di lacrime l’edificio più storico di Petrinja ridotto in macerie. Sui pochi muri rimasti in piedi si vedono ancora le pallottole della guerra che ha posto fine alla storia della Jugoslavia e che ancora riempie di odio verso i serbi, e i bosniaci, gli occhi di chi ha più di quarant’anni.

Centinaia sono i volontari arrivati da tutta la Croazia per sostenere le popolazioni terremotate, ma centinaia sono anche i volontari attivisti che, in questo Paese che cerca in ogni modo di sostituire le corone con gli euro e di entrare a far parte degli accordi di Shengen, non smettono di lottare per quel rispetto dei diritti umani che sarebbe d’obbligo in ogni Paese d’Europa ma che qui sono quotidianamente calpestati. Respingimenti illegali, torture e violenza di ogni tipo sono all’ordine del giorno. Talmente diffuse che persino fonti vicine al governo ammettono che sono quasi duecento le inchieste interne alla policija per gli innumerevoli abusi compiuti dalle guardie di confine. Peccato che di queste inchieste interne non si trovi quasi traccia né in documenti ufficiali né nelle inchieste giornalistiche.

I confini tra la Croazia e la Bosnia sono delle immense foreste, che in inverno si trasformano in immense paludi gelate. Gelate e piene di mine antiuomo lasciate dalla guerra finita nell’ultimo lustro dello scorso millennio. Secondo le stime sarebbero ancora quasi centomila, le mine disseminate in questi boschi, a cui si devono aggiungere le decine di migliaia di ordigni inesplosi, che dalla fine della guerra hanno causato oltre 2mila morti secondo le stime ufficiali. In teoria, i campi minati dovrebbero essere segnalati, ma non è così. 

“Qui intorno è pieno di mine – ci dice il poliziotto che ci ferma nella foresta che si estende nella zona di Veliki Obljaj, uno dei tanti punti che i migranti provano ad attraversare – e i campi minati non sono segnalati. Muoversi in queste foreste è pericolosissimo”. Anche perché alle mine antiuomo, una delle peggiori invenzioni dell’umanità, non importa essere segnalate o meno. Con le piogge si spostano, scivolano nel fango, alcune persino galleggiano e navigano per decine, centinaia di metri rendendo spesso vano il lavoro degli sminatori. E in questa zona che d’inverno si trasforma in un  immenso acquitrino di centinaia di chilometri quadrati le mine antiuomo sguazzano che è un piacere, in attesa di tagliare le gambe o di uccidere il cacciatore vestito con la vecchia mimetica risalente alla guerra finita nel 1995, il contadino con la pelle rugosa e arsa dal gelo, il bimbo che rincorre il sogno di acchiappare la fagianella ai confini della farma, la fattoria, o di sua nonna che va a raccogliere la legna affondata in un vecchio piumino che la copre fino ai piedi. Oppure di un migrante, di cui nessuno saprà mai nulla e che non entra nelle statistiche ufficiali.

“Le mine sono, insieme ai disturbi mentali, la peggiore eredità della guerra”, continua il giovanissimo poliziotto che ci controlla i documenti, stupito di trovare italiani in mezzo ad una foresta dimenticata da Dio e frequentata solo da chi scappa e da chi insegue. “State attenti, se girate da queste parti. E per favore, non fate foto e non parlate con queste persone, non  ci si può parlare fono a che non hanno fatto domanda di asilo”. 

Queste persone sono una famiglia di Kurdi iraniani che la policija ha pescato, letteralmente visti i 20 centimetri d’acqua che ricoprono il terreno forestale. Lo chiede gentilmente, mentre nel furgone trascrive i nomi dai nostri documenti. Ma nelle sue parole di inglese stentato si legge la paura dei superiori. Che dopo pochi attimi sbucano da un sentiero e che non hanno per nulla la stessa faccia per bene. La pistola alla coscia e alla cintura i manganelli o peggio le torce di metallo e i guanti rinforzati sulle nocche da placche di kevlar dure come il cemento, così come lo sguardo e il tono intimidatorio con cui ci ordinano di andare immediatamente via non sono per nulla rassicuranti, ma simili in tutto e per tutto alle decine di poliziotti croati che le fotografie degli ultimi anni ci hanno mostrato mentre pestano chi viene trovato in queste foreste e che quasi sempre finisce con molti lividi e spesso le ossa rotte in un campo aldilà del confine, in Bosnia.

Forse faranno la stessa fine anche i cinque kurdi iraniani. Non possono parlare, ma con i loro sguardi e le loro dita ci chiedono aiuto. Ci chiedono il nostro numero di telefono che non riusciamo a dargli sotto gli occhi della policija croata che nel frattempo, con l’arrivo di un’auto e di un altro furgone è aumentata di numero e anche di apparente ferocia. Nessuno di loro porta alla cinta i passamontagna con i quali i poliziotti croati si coprono il volto prima di massacrare di botte i migranti, ma i guanti rinforzati e i manganelli e le torce di metallo che portano alla cinta non possono raccontare altro che violenza.

Le foto che gli attivisti ci avevano mostrato a Zagabria parlavano chiaro: tagli e lacerazioni sanguinanti, braccia e nasi e denti rotti. Come chiaro parlano le denunce dei richiedenti asilo: abusi di pistole teaser, abusi sessuali e persino unghie strappate. Persino l’Unhcr si è spinta a denunciare con forza l’utilizzo di violenza inaudita da parte della policija croata.

Hanno viaggiato per mesi, passando dall’Iran alla Turchia, poi tutta la Bulgaria e infine la Serbia e poche centinai di metri di Croazia. Migliaia di chilometri, quasi tutti a piedi, sempre nascosti, sempre imboscati, sempre braccati dalle guardie di confine che l’Europa autorizza a fare qualsiasi cosa pur di non averli tra i piedi.

Il loro viaggio, cominciato dalla provincia di Teheran è per ora finito a Veliki Obljaj. De donne, due uomini e un ragazzino che da Teheran sono scappati perché in Iran, come in Turchia, essere Kurdi continua ad essere un problema. La minoranza Kurda è relegata ai margini della società e spesso priva di prospettive di vita e anche di diritti. Un viaggio che è costato migliaia di dollari, e infinite vessazioni e fatiche che – ben più che le poche parole che riusciamo a scambiare – dicono gli occhi verdi che spuntano dalla mascherina di Leyla, o in quelli marroni e pieni di orgogliosa determinazione di suo figlio che la mascherina invece non la porta.
Il più alto in grado del gruppo di poliziotti ci manda via malamente mentre il giovane spalanca le porte del furgone nel frattempo sopraggiunto. Si intravedono, ancorate al pianale, catene di acciaio zincato destinate a legare mani e piedi dei “prigionieri”. Salutiamo sperando almeno che la nostra presenza abbia messo al riparo questa famiglia che, forse, ha avuto la fortuna di essere fermata davanti a dei giornalisti italiani, dal respingimento e dalla violenza. 

Riprendiamo il sentiero nel quale le ruote della macchina sprofondano nel fango e continuiamo a pattugliare anche noi il bosco nonostante le intimidazioni delle guardie di confine e ci troviamo, senza nulla che lo indichi a parte il GPS della macchina, in Bosnia. Dove veniamo nuovamente fermati da un’altra pattuglia della policija croata, che pur tenere a bada i confini d’Europa – compito per il quale, denunciano gli attivisti di molte organizzazioni umanitarie, la Croazia viene ricompensata persino in base al numero dei respingimenti effettuati – non esita a operare anche in territorio bosniaco. 

Questa volta ci scortano fino alla strada asfaltata, dove ricominciamo a vedere ovunque bandiere Croate affiancate alle bandiere europee. Eppure, secondo le moltissime denunce fatte da molti parlamentari europei, è proprio l’Europa a dare mano libera o quanto meno a far finta che nulla accada di terribile. “La Croazia – ha denunciato ad esempio a Deutsche Welle l’europarlamentare verde Erik Marquardt – sta agendo sotto pressione di altri Stati dell’Unione Europea che sono complici in questo comportamento. Sembra che la Commissione europea o singoli Stati membri dell’Unione stiano esercitando pressioni politiche per ignorare i diritti umani dell’UE rispetto a questi casi”. Altrimenti non si spiegherebbe, ha detto ancora Marquardt come mai “i negoziati di adesione all’area Schengen sono stati avviati solo dopo che la Croazia ha iniziato a respingere sistematicamente i rifugiati al confine, anche con la violenza”.

Nonostante tutto quel blu e tutte quelle stelle che costeggiano le strade della Croazia, più che in Europa, che dovrebbe essere la culla dei diritti, da queste parti sembrerebbe di essere in Libia: la chiusura delle frontiere a sud dell’Europa è garantita, allo stesso modo. Calpestando i più elementari diritti umani e le stesse costituzioni, leggi e convenzioni che l’Europa ha promulgato e sottoscritto.

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