lunedì, Settembre 27 2021

La  mattina dell’8 ottobre 2001, dopo un mese di permanenza in un Afghanistan congelato in attesa di una nuova guerra, io e Giulietto Chiesa (“Qui tanto non succede nulla, io vado a Mosca da dove potrò capire qualche cosa di più”) salimmo su una Uaz per lasciare la valle del Panshir e tornare in Europa. Dopo qualche centinaio di chilometri di strade, piste sterrate, ponti costruiti con avanzi di carri armati sovietici, il cielo al confine con l’Tajkistan fu oscurato da una immensa nuvola di aerei da trasporto truppe e bombardieri statunitensi.

La guerra era iniziata.

Io e Vauro eravamo stati i primi giornalisti occidentali ad entrare in Afghanistan dopo l’11 settembre. Decisamente controcorrente: mentre noi entravamo con gli elicotteri delle truppe del generale Massud tutti gli altri occidentali, giornalisti, diplomatici, cooperanti, venivano evacuati dai ponti aerei delle Nazioni Unite. Tutti tranne quelli di Emergency, che l’Afghanistan non lo hanno mai lasciato.

E se davanti alla televisione ridevamo ascoltando il Tg1 che annunciava l’avvicinamento delle navi militari della coalizione Enduring Freedom alle coste dell’Afghanistan, faceva decisamente meno ridere assistere – dopo l’arrivo di frotte di troupe televisive e di inviati – alla costruzione delle prime fake news della guerra più lunga a cui gli Stati Uniti, e anche l’Italia, abbiano mai partecipato. C’erano reporter che, accucciati al muretto del compound, costruito come tutto in quel paese di paglia e fango seccato, trasmettevano in diretta sostenendo di essere nella trincea sulla linea del fronte. C’erano altri che pagavano mazzette di dollari per far riattivare i cannoni di Massud – fermi da mesi e mesi – per far vedere che la guerra c’era, incuranti del fatto che i cannoni puntavano sulla Piana dello Shomali, un vasto territorio che si estende tra Kabul (dove c’erano i Talebani) e la valle del Panshir (dove stavano le truppe del generale Massoud) abitato e coltivato da uomini, donne e bambini che non erano certo contenti di prendersi le cannonate dimostrative sollecitate dai giornalisti occidentali.

Noi ce ne andavamo, e cominciava la guerra più inutile, costosa, mal raccontata e soprattutto malamente persa che la storia ricordi.

Al nostro Paese l’avventura afgana è costata all’incirca 8 miliardi e mezzo di euro. Gli investimenti per “costruire la democrazia”, e cioè gli investimenti in cooperazione civile, ammontano in venti anni a meno di 320 milioni. Agli Stati Uniti la guerra è costata una cifra spropositata: più di duemila miliardi di dollari.
Soprattutto, la guerra in Afghanistan è costata ufficialmente 240mila morti. Ma chi l’ha vissuta sa benissimo che questa cifra è ridicolmente bassa rispetto alla realtà, perché difficilmente si sono potuti contare i morti dei raid aerei – che nei primi anni del conflitto erano tutto fuorché “mirati” o “chirurgici” – che gli aerei americani, inglesi, francesi, tedeschi e come raccontammo su PeaceReporter (mai smentiti) anche italiani hanno compiuto su centinaia di villaggi, soprattutto nel sud del Paese, quell’Helmand da sempre fortezza dei Talebani, e solo parzialmente controllata dagli occidentali nonostante lo spaventoso sforzo bellico.
Una regione, l’Helmand, che se non fosse attraversata dall’omonimo fiume sarebbe totalmente desertica. Ma che grazie a quel corso d’acqua è diventata produttrice di quasi il 95 percento dell’eroina al mondo.
E certamente il controllo del mercato dell’eroina, di cui l’Afghanistan è diventato primo produttore mondiale – prima della guerra si produceva e si esportava oppio, sono stati gli occidentali a portare il know how per produrre la polvere pura – è stato uno dei motivi non detti per cui questa guerra si è fatta ed è durata così a lungo.
La lotta alla produzione di oppio era uno dei motivi – insieme alla liberazione delle donne dal burqa – che venivano proposti all’opinione pubblica di tutto il mondo per giustificare la guerra. 

«Voi credete che il governo e i suoi alleati occidentali vengano a distruggere i raccolti», ci raccontarono nel 2006 due contadini di Lashkar-gah, la capitale di quella regione. «In realtà vengono a rubare i papaveri maturi». Alle porte della città stazionavano camion dell’esercito afgano a formare file chilometriche. «Quei camion – ci dissero i contadini – dovrebbero portare i papaveri raccolti a Kabul, dove dovrebbero essere bruciati. Ma nessuno, né a Kabul né altrove ha mai visto falò di papaveri da oppio. E secondo voi – aggiunsero con una logica che non faceva una piega – perché vengono a “distruggere” i campi solo quando i papaveri sono maturi? Potrebbero farlo in ogni momento. Eppure i militari arrivano solo al momento del raccolto».
La corruzione imperante tra i fantocci messi a governare il Paese nei lunghi anni di guerra non si è ovviamente tirata indietro di fronte ad un business miliardario come quello del commercio dell’eroina che ha fatto arricchire molti dei governanti afghani. E se alla fine la produzione di oppio è finalmente calata, è stato per le leggi di mercato e non certo per la guerra. Jean-Luc Lemahieau, già direttore del dipartimento antidroga delle Nazioni Unite, aveva detto a PeaceReporter che «il calo della produzione di eroina è dovuto alla saturazione del mercato mondiale. Se nel 2003 coltivare oppio rendeva trenta volte la coltivazione del grano, verso il 2010 rendeva il doppio», e il gioco non valeva più la candela.

Adesso, l’alleanza occidentale più vasta della storia ha preso atto – come già fecero gli inglesi e poi i russi e prima ancora tutti coloro che hanno provato a conquistare l’Afghanistan – che nel Grande Gioco gli unici che possono vincere sono gli afghani. Ma questa volta hanno vinto i potenti, i corrotti e i Talebani. Non certo il popolo afghano, che con le migliaia di miliardi di dollari spesi per la guerra avrebbero potuto costruire quasi un paradiso. Una guerra durata oltre quarant’anni, cominciata con l’invasione dell’Unione Sovietica. Proseguita con la creazione – da parte della Cia – della resistenza al comunismo messa in mano a Bin Laden e proprio ai talebani, e finita con un ritiro che sancisce una sconfitta su ogni fronte: militare, politico, culturale. Che – soprattutto – lascia l’intero Paese sotto il governo dei Talebani e sotto l’ombra dell’Isis. E con le donne con sempre meno diritti e sempre più stoffa azzurra a coprirne volto e fattezze.

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