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Mandiamo a scuola i nostri figli. Ma a Cuba, che è meglio.

“Un Paese che distrugge la sua scuola non lo fa mai solo per soldi, perché le risorse mancano, o i costi sono eccessivi. Un Paese che demolisce l’istruzione è già governato da quelli che dalla diffusione del sapere hanno solo da perdere”.
Una bella frase, che la frettolosità della Rete ha attribuito a Italo Calvino, ma che in realtà è della professoressa Gabriella Giudici, che così leggeva il testo dello scrittore Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti. Ma non importa chi sia l’autore, questa frase descrive perfettamente lo stato dell’arte della scuola e dell’istruzione nel nostro Paese.
A partire dagli asili nido, che mancano, passando per le scuole materne, dove mancano insegnanti “normali “e dove quelli “di sostegno”son talmente rari da costringere i genitori dei “bimbi h”a cercare aiuto in strutture private, per finire all’università che un tempo erano una delle eccellenze del nostro Paese e oggi è scivolata in fondo alle classifiche dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).
Stiamo parlando del Paese che con la Grecia è stato la culla della cultura occidentale, e che ha fondato la prima università del mondo, quel paese lì fatto di grandi artisti, pensatori, filosofi, intellettuali oggi è al 25° posto al mondo come qualità dell’istruzione secondo un rapporto del centro studi britannico The Economist Intelligence Unit.
Siamo finiti ultimi per conoscenze di base e penultimi per capacità di calcolo in uno studio del 2013 dell’Ocse che ha verificato le capacità di 166mila persone tra i 16 e i 65 anni in 24 Paesi del mondo che qualcuno si ostina a chiamare sviluppato. Lo stesso studio nota che nel nostro Paese, solo solo il 29,8 per cento degli adulti arriva al livello ritenuto il minimo indispensabile per “vivere e lavorare nel XXI secolo”.
Del resto il linguista Tullio De Mauro, da anni, denuncia la drammatica diffusione dell’analfabetismo funzionale: “Soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”.
Secondo gli studi del linguista, solo il 5 per cento di chi ha tra i 14 ed i 65 anni non sa distinguere una lettera da un’altra o una cifra da un’altra, ma il 38 per cento riesce a leggere con difficoltà, quando si tratta di singole scritte o cifre. E ben il 33 per cento è in una condizione disperante: “Un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura, un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”. Queste tre categorie sommate insieme fanno i tre quarti della popolazione italiana.
Arriva poi in questi giorni un rapporto della Banca Mondiale (non certo un centro studi marxista) che ci dice che Cuba è il miglior Paese dell’area latinoamericana per quanto riguarda l’istruzione.  Cuba ha il miglior livello di docenti, un forte talento accademico, retribuzioni adeguate ed elevata autonomia professionale. Come Cuba, secondo la Banca Mondiale, solo Finlandia, Singapore, Corea del Sud, Svizzera, Paesi Bassi e Canada.
Del resto, Cuba spende il 13 per cento del proprio Pil in istruzione, mentre l’Italia non arriva al 5 per cento. Il che, in termini assoluti, è magari anche più del misero 13 per cento cubano gravato da 50 anni di embargo economico, ma la dice lunga sulla volontà politica di voler avere (tra le altre cose) una popolazione in grado di scegliere davvero i suoi rappresentanti.

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