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Migranti e Covid-19. Untori? No, risorse

L’Italia è sempre più vicina al punto di crisi, e quindi al nuovo lockdown, alle Camere si discutono i provvedimenti urgenti da prendere per tutelare la salute di milioni di persone e qualcuno – finalmente indossata una mascherina dopo mesi di girovagare a bocca e naso scoperti – tuona per l’ennesima volta il suo mantra preferito: “Si chiudano i porti alle navi delle Ong! Basta con gli sbarchi! Si chiude tutto ma non i porti!”, come se ci fosse una relazione tra gli sbarchi, i porti, e l’aumento della diffusione del virus.

In realtà una relazione tra migranti e Covid esiste, ma è esattamente opposta a quella che dalla narrazione sui social, in certa strumentale politica e persino su certa stampa, viene proposta.
In primo luogo, va notato che «la pandemia da Coronavirus ha avuto, tra i suoi molteplici e drammatici effetti, la totale messa in crisi del sistema migratorio europeo», come racconta il Dossier statistico immigrazione 2020 curato da Idos. «Le chiusure intermittenti dello spazio Schengen, i rientri in massa dei lavoratori stagionali, la serrata degli uffici immigrazione, il peggioramento delle già difficili condizioni sanitarie dei diversi “ghetti” presenti in tutte le regioni del continente sono solo alcuni dei fenomeni che si sono registrati tra la primavera e l’estate del 2020».
E se è vero, come ha detto António Gutierrez, Segretario Generale dell’Onu, che «Al Covid-19 non interessa chi siamo, dove viviamo, in cosa crediamo», è altrettanto vero che «la pandemia continua a scatenare uno tsunami di odio e xenofobia, a cercare un capro espiatorio e creare allarmismi. Si è fatto strada un sentimento generale contro gli stranieri, online e per le strade migranti e rifugiati sono stati denigrati e additati come causa e origine del virus».

Eppure, lo ha affermato il Presidente del Consiglio Superiore di Sanità, prof. Franco Locatelli, «il 25-40% dei casi sono stati importati da concittadini tornati da viaggi o da stranieri residenti in Italia. Il contributo dei migranti, intesi come persone che fuggono da condizioni disperate, è minimale, non oltre il 3-5% sono positivi». Lo scorso luglio, dopo l’accertamento di un numero importante di infezioni in stranieri (tutti asintomatici) ospitati in un centro di accoglienza del trevigiano (129 su 315, pari a circa il 41% degli esaminati), il tentativo di far passare gli immigrati come untori ha ripreso slancio. Uno slancio, che nelle strumentali parole di alcuni politici e commentatori e nell’ingenuità ignorante di tanta parte del popolo dei social, non pare aver perso consistenza, a fronte di cifre che se fossero maggiormente divulgate e spiegate, metterebbero a tacere le paure e il razzismo da esse scatenato: su 59.648 immigrati accolti in strutture dall’11 maggio 2020 al 12 giugno 2020, è stato confermato positivo al Covid-19 solo lo 0,4%: 239 persone, e questo nonostante le evidenti maggiori difficoltà delle comunità straniere nell’accedere ai servizi sanitari e la disparità di reddito tra stranieri e italiani: gli stranieri percepiscono un reddito medio annuo di 13.733 euro, poco più della metà rispetto ai dipendenti italiani (24.984 euro).

«La pandemia – ha provato a dire Papa Francesco, che da alcuni porporati è considerato addirittura l’anticristo – ha messo allo scoperto la difficile situazione dei poveri e la grande ineguaglianza che regna nel mondo. E il virus, mentre non fa eccezioni tra le persone, ha trovato nel suo cammino devastante, grandi disuguaglianze e discriminazioni. E le ha aumentate!»
Le diseguaglianze aumentano nonostante, sempre per rimanere in tema lavoro, il Dossier statistico immigrazione 2020 ci dica anche che «Le vicende degli ultimi mesi hanno messo in luce il contributo fondamentale dei lavoratori stranieri proprio in quei settori chiave necessari a contrastare la pandemia. Secondo uno studio apposito prodotto dalla Commissione europea nel mese di aprile, circa il 31% degli immigrati in età lavorativa sarebbe classificabile come key worker, con quote di oltre il 40% in paesi quali la Francia e la Danimarca. In relazione al totale dei lavoratori Ue, i cittadini stranieri sono ad esempio il 25% degli addetti alle pulizie e l’11% di quelli dell’agro-alimentare. Una ricerca dell’Ocse di poche settimane successiva mostra che i servizi sanitari di molti dei paesi più colpiti dal Covid-19 dipendono significativamente dall’immigrazione. In particolare, nel Regno Unito è nato all’estero il 33,1% dei medici e il 21,9% degli infermieri; poco al di sotto le percentuali riscontrate in Germania (20,2% e 16,2%), mentre in Francia e Spagna la quota di medici di cittadinanza straniera è, rispettivamente, del 15,6% e 13,7%».

E in Italia? 
Sono 77.500 tra medici, infermieri, farmacisti, psicologi. «Un esercito di professionisti, purtroppo invisibili per qualcuno», denuncia Foad Aodi, medico fisiatra, già stato Presidente dell’Associazione Medici di Origine Straniera in Italia e membro del Consiglio Direttivo della Fondazione dell’Ordine dei Medici di Roma. «Invisibili perché in un momento in cui si parla solo di immigrazione clandestina, di discriminazioni, di razzismo, mancano politiche per l’integrazione da parte dei vari Governi: non si può partecipare ai concorsi senza avere la cittadinanza, anche quando si è medici o professionisti della salute e della sanità»
77.500 professionisti della sanità di origine straniera, di cui 22 mila medici, 5 mila odontoiatri, 38 mila infermieri, 5 mila fisioterapisti, 5 mila farmacisti, 1000 psicologi, 1500 tra podologi, tecnici di radiologia, biologi, chimici, fisici. Circa 2500 in attesa di riconoscimento del titolo di studio conseguito all’estero, nella patria d’origine o in altre nazioni e stati. L’80% di loro lavora in strutture private, e solo il 10% esercita presso strutture pubbliche, perché i concorsi sono, ancor più assurdamente in un momento come questo, riservati ai cittadini italiani.

Più che chiudere i porti a chi arriva in Italia si dovrebbero aprire le porte. Quelle dell’accesso alle professioni di cui tanto c’è bisogno oggi.