sabato, Dicembre 3 2022

“Ci sono molte cause, ma anche il territorio ha le sue responsabilità. Io ho visto un territorio, quello emiliano, molto diverso dalla mia esperienza aquilana. È sempre facile dare le responsabilità ad altri, a chi sta fuori”.

L’Aquila, settembre 2012 ©Maso Notarianni

Così ha parlato non un signore qualunque in un bar qualunque che non ha mai messo piede né a L’Aquila né in Emilia, ma il capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli.

Che non contento ha ancora aggiunto: “C’è in alcune comunità un attivismo, una voglia di fare, che sono insiti. La differenza, storicamente, in Italia – aggiunge Gabrielli – non la fa la quantità di denaro destinato agli aiuti, ma la capacità di progettualità di ogni singolo territorio”. “E gli emiliani – conclude Gabrielli – hanno reagito meglio”.

Farneticazioni proto-fascite e post-leghiste?

Niente affatto. Io sono stato sia a L’Aquila che in Emilia. E quello che ho visto è che l’esperienza emiliana ha messo in seria discussione il modello che proprio la Protezione Civile italiana rappresenta. E che si è concretizzato in tutta la sua potenza a L’Aquila. Un modello che prevede la totale assunzione da perte della Protezione Civile stessa (che pur chiamandosi civile è poi in realtà gestita da militari) della gestione della vita pubblica e privata dei cittadini colpiti da calamità.

Perché poverini sono spaesati, disperati e distrutti e bisogna aiutarli?
Niente affatto. Ma proprio perché sono spaesati, disperati e distrutti sono più facili da chiudere in gabbia per approfittare delle ghiottissime occasioni di affari che ogni calamità naturale si porta appresso.

Questo è quanto ha insegnato l’esperienza aquilana, e su questi affari post terremoto ci sarebbe ancora molto da dire da parte dei giornalisti e molto da indagare da parte dei magistrati.
E questo è stato ben compreso dai cittadini e dagli amministratori emiliani, che hanno detto esplicitamente alla protezione civile “grazie, se ci serve qualche cosa ve lo chiediamo. Ma siamo noi a decidere cosa ci serve”, mandando così in vacca la nuova, ghiotta, occasione dei ricostruttori di professione.

Non c’è niente di meglio di una becera polemica un po’ razzista tra chi darà ragione e chi darà torto a Gabrielli per distogliere l’attenzione da quello che se prendesse piede come modello alternativo (l’autorganizzazione) potrebbe diventare un fondamentale passaggio della storia dei progressi di questo Paese.

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1 comment

  1. Campo sfollati di Carpi: giornata di pioggia, giornata grigia, come grigio è il cemento sui cui sono posate le tantissime tende e grigi i visi che all’ingresso ti accolgono segnando il confine tra il dentro e il fuori. Sono presa dalla tristezza e dalla voglia di tornare indietro. Subito. E’ una malinconia che ti penetra nelle ossa come fa l’umidità. Poi arrivano quelli con la E sulla maglietta e iniziamo il giro. Disvetro, Rovereto s/Secchia, Concordia….. e vediamo tante tende di “autogestiti”, di campi improvvisati, le tende stese tra prati verdi o boschi di pioppi… e ho pensato alla libertà che respiravi quando al liceo facevi AUTOGESTIONE… libertà ma anche responsabilità… non quello schifo da cui siamo circondati oggi…
    Bentornato MASO, finalmente!

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