lunedì, Settembre 27 2021

Le prime testimonianze, che risalgono allo scorso 17 febbraio, si possono trovare tra i commenti sulla pagina Facebook della Cheddite s.r.l.: «Just a few hours earlier, armed forces from Myanmar military coup indiscriminately fired into residential areas in Mandalay, Myanmar, using your cartridges». Ovvero, poche ore fa i militari golpisti dell’esercito del Myanmar avevano sparato in modo indiscriminato (contro i manifestanti, ndr) in alcune aree residenziali della città di Mandalay, al centro della ex-Birmania. Ma la domanda finale, «Can you explain your association with Myanmar military?», è rimasto ad oggi senza risposta.

E oggi, sulle pagine di Irrawaddy, un quotidiano online fondato da esuli birmani che si occupa delle notizie dal Myanmar, un’altra denuncia, definitiva: lo scorso tre marzo, in un quartiere a nord di Yangon, mentre imperversavano gli scontri tra i manifestanti democratici e le forze dell’ordine, una telecamera a circuito chiuso ha filmato una pattuglia della polizia che, dopo aver fermato una ambulanza e costretto il personale ad abbandonarla, ha aperto il fuoco contro il parabrezza e picchiato duramente i paramedici. Ma un cittadino solerte, che aveva assistito alla scena, ha raccolto i bossoli espulsi dalle armi della polizia e li ha filmati.
Le cartucce da fucile, calibro 12, erano marchiate Cheddite S.r.l., una azienda italiana. Livornese per la precisione.

Ma come sono finite delle cartucce di una azienda che produce principalmente per il mercato della caccia nei fucili della polizia e dell’esercito birmano? 

Yeshua Moser Puangsuwan, attivista per i diritti umani e per il disarmo della associazione Mines Action Canada, ha provato a ricostruire il viaggio di quelle cartucce, ma le triangolazioni e il sottobosco del traffico di armi e munizioni hanno reso vano il suo sforzo. «Le difficoltà nel rispondere a questa domanda rivelano uno dei grandi problemi del controllo della vendita di armi e munizioni nel mondo di oggi» dice il ricercatore. «Per rintracciare i viaggi delle armi e delle munizioni in mano a militari e polizia bisognerebbe andare a leggere i contratti delle società produttrici, e poi di quelle commerciali, e poi degli Stati. Ma sono contratti privati. E una volta che le armi o le cartucce sono uscite dalle mani del produttore, possono, e spesso lo fanno, finire ovunque».

Le aziende europee non possono vendere armi o munizioni da guerra al Myanmar dagli anni ‘90, quando fu posto un embargo totale al Paese asiatico. Embargo che nel 2013 si è alleggerito ma che è rimasto invariato sulle armi e sulle munizioni. Ma quelle della Cheddite s.r.l sono prevalentemente da caccia, e quindi sfuggono alla legge 185/90 che regolamenta – o dovrebbe regolamentare – l’export di armamenti. 

Sulle tracce delle cartucce italiane

Yeshua Moser Puangsuwan ha spulciato anche nel ComTrade, il database sul commercio internazionale tenuto dalle Nazioni Unite, e ha scoperto che nel 2019 in effetti una fornitura dalla Thailandia al Myanmar di cartucce da caccia è stato effettuato, ma non risultano tracce di vendita di cartucce dall’Italia alla Thailandia negli ultimi 10 anni. 

Da Livorno, dove ha sede lo stabilimento Cheddire, fanno sapere di non aver mai venduto alcunché né al Myanmar né alla Thailandia. E in effetti l’unica traccia trovata nel database di ComTrade che dall’Italia porta alla Thailandia è un trasferimento dall’Italia a Singapore e poi da Singapore alla Thailandia, sempre con lo stesso codice identificativo, quello delle cartucce da caccia.

Da questo al dire che siano proprio le cartucce italiane vendute a Singapore siano proprio quelle che hanno sfondato i vetri dell’ambulanza nella capitale del Myanmar ce ne passa, ma questo ci fa certamente dire che la legge 185/90 non è bastata a mettere un freno alla diffusione incontrollata delle armi o di quella ancor più incontrollabile delle munizioni. 

«Eppure – spiega Francesco Vignarca, coordinatore delle campagne di Rete Pace e Disarmo – forse mettere un freno alla vendita di munizioni per armi leggere sarebbe ancor più importante che non alle armi stesse. Perché senza munizioni, un’arma è costretta a tacere. Ma è praticamente impossibile. A oggi sono troppo potenti le lobbies delle armi e troppo ricchi gli affari in questo campo. Talmente ricchi che creano alleanze impensabili. Ricordo una sessione alle Nazioni Unite proprio sul tema del controllo della vendita di munizioni: il cartello di nazioni che d’amore e d’accordo si era messo di traverso ai tentativi di regolamentazione era formato da Corea, Iran, Israele, Stati Uniti e Cuba».

L’Italia poco trasparente per scelta politica

Infine, come ricorda sempre Giorgio Beretta dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere,  «L’Italia è uno dei Paesi meno trasparenti dell’Unione Europea in materia di esportazioni di armamenti. Non solo da anni non comunica alle Nazioni Unite le informazioni richieste avvalendosi della clausola di riservatezza del Trattato sul commercio di armamenti, senza averlo mai comunicato né motivato al Parlamento. Tale mancanza di informazioni non è attribuibile a problemi di natura tecnica, ma risponde a una precisa decisione assunta in sede politica che però non è chiaro da chi sia stata assunta».

Lo scorso 24 febbraio, 137 Organizzazioni non governative, tra le quali Burma Human Rights Network (Bhrn), diverse Associazione della diaspora della minoranza Rohingya e la statunitense, Human Rights Watch si erano appellate al Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite perché fosse imposto immediatamente «un embargo sulla vendita di armi al governo militare del Myanmar che ha preso il potere con un colpo di Stato lo scorso 1° febbraio». Le organizzazioni sottolineavano che a motivare la richiesta erano anche «le violazioni dei diritti umani per mano delle forze di sicurezza in corso e la storia di gravi abusi nei confronti dei critici del governo che caratterizza la storia dell’esercito», che adesso scopriamo anche essere uso a “sparare sulla Croce Rossa”, ma fuor di metafora. 

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