Brutti affari

Quella musica di pianoforte – Per non dimenticare

Questo lo scrissi, di getto, al ritorno da Genova.
Non ho molto altro da aggiungere nemmeno oggi.
E non serve a nulla pensare che era giusto quel che dicevamo nei mille movimenti che si diedero appuntamento lì. E che oggi in tanti fanno le stesse analisi.
Non serve a nulla perché quell’altro mondo possibile sembra sempre più lontano, pur rimanendo possibile.
Ad un certo momento, nel corridoio della scuola Diaz, si è sentita una musica di pianoforte.
Ma era stonata, come stonato era tutto, quella domenica mattina, in quella maledetta scuola.
Era stonata perché il vecchio pianoforte, usato per fare cantare i bambini delle elementari, era stato distrutto dalla violenza esplosa nella notte.
Quella stessa violenza che aveva mandato in ospedale più di cinquanta ragazzi presi a bastonate mentre erano ancora a dormire nei loro sacchi a pelo.
Quella stessa violenza che aveva spaccato la testa di qualcuno contro un calorifero e che con quella testa rotta aveva poi tracciato lugubri segni sul muro.
Quella stessa violenza che aveva fatto passare dal sonno al coma un giovane reporter inglese.
Una violenza inaudita e inspiegabile. Come inaudita e inspiegabile è stata la violenza di quei due giorni di Genova. Inspiegabile, se si usano le ragioni del diritto e della democrazia.
Spiegabilissima invece, se si ragiona in termini di follia da un lato e di politica dall’altro.
Difficile scordare quel signore vestito di nero e col volto coperto che in piazza Tommaseo, venerdì, si avvicinava alle vetrine di una banca. Da solo, mentre da un lato all’altro della piazza si fronteggiavano in assoluta tranquillità un gruppo di manifestanti e uno schieramento di carabinieri. Da solo, mentre con una mazza cominciava a spaccare le vetrine della banca. Raggiunto da altri nero vestiti che prendevano ordini da lui. Ordini gridati con fermezza in tedesco. E che incitavano a finire il lavoro da lui cominciato. E che, eseguiti, scatenavano il caos più totale nella piazza, mentre lui si allontanava tranquillo. Un giovane del black block? Forse. Ma poi come d’incanto il pezzo di stoffa che copriva il volto si abbassava e rivelava un viso quasi cinquantenne, e per nulla anarchico, per nulla randagio.
Un volto pulito, difficilmente conciliabile con le facce dei giovani delinquenti che per due giorni hanno incessantemente (e indisturbati) provocato e dato l’avvio a tutti i disordini di Genova e che pure da lui prendevano ordini.
Difficile dimenticare quell’altro signore, non vestito di nero, anche lui sui cinquant’anni, che sempre venerdì, nei pressi di uno stremato gruppo di pacifisti lillipuziani camminava verso il palco del Social Forum e passando di fianco ad una banca lanciava un oggetto oltre le vetrine distrutte dai teppisti.
Nessuno ci ha fatto caso, nel mezzo del disastro che circondava la scena. Poteva essere semplicemente un pacchetto di sigarette finito e accartocciato e gettato in mezzo ad altre immondizie. Solo che dopo pochi secondi, il tempo per quel signore di allontanarsi, quel che rimaneva della banca prendeva fuoco. Mettendo a rischio il palazzo soprastante oltre alla vita (forse) e alla tranquillità (certamente ) di migliaia di manifestanti. Nella fattispecie gruppi di cattolici di base che dopo il venerdì di paura tornavano “a casa”.
Difficile scordare molte cose di queste giornate di Genova. Difficile scordare la grande manifestazione di giovedì. Che doveva essere piccola cosa. Quella dei “migranti”, ad aprire le tre giornate conclusive di una mobilitazione durata mesi. E che invece è stata enorme. Cinquantamila persone, forse anche di più.
Tutte diverse. Di paesi diversi, di culture politiche diverse, di pratiche politiche e sociali diverse. E che con strumenti diversi avevano in comune il risultato della analisi sul governo della globalizzazione così come è oggi. Che privilegia il potere di pochi paesi, la ricchezza di un pugno di uomini. E che schiaccia i diritti dei lavoratori, dei contadini, dei consumatori di ogni parte del globo. Al nord come al sud, anche se in modo diverso e con pratiche diverse.
Che sia sbagliato rispondere alla violenza dei governi e delle mltinazionali con la violenza, adesso forse lo si è capito. Allora, le tute bianche avevano messo in piedi per mesi una assurda e certamente colpevole esibizione autoreferenziale di violenza, poco importa se solo simulata.
Del G8, oggi, si ricorda la morte di Carlo Giuliani, i pestaggi delle forze dell’ordine e le devastazioni degli “antagonisti”.
Ma per chi ci è stato, è difficile scordare i militanti della rete lilliput, perlopiù scout, e cattolici di base presenti a decine di migliaia. Sono difficili da scordare le ragazzine e i ragazzini di dodici anni, le facce dei bambini. E non si scorda il terrore.
Come è difficile dimenticare le parole lasciate, sul libro di dediche a Fabrizio de Andrè, nel negozio di dischi di Gianni Tassio in via del Campo: “Le tue parole ci hanno liberato (e continueranno a farlo…) dalle sbarre che imprigionano la nostra vita”. A scriverle, era stato un carabiniere di Trento. Un poliziotto, invece aveva scritto: “ho la divisa, ma vorrei strapparla ed essere tra la folla”.
Di questo, di quel G8, è rimasto ben poco. E questo succede quando si sceglia la strada della guerra.

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