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Ritroviamo la via maestra? Capannelli per la Costituzione

Era il 12 ottobre quando, contro ogni aspettativa, piazza del Popolo a Roma si è riempita di persone provenienti da ogni parte d’Italia, e da ogni parte di quella che schematicamente definiamo la sinistra di questo Paese. Dai partiti tradizionali ai movimenti, dall’Anpi all’Arci, dal Pd ai 5 Stelle, ufficialmente o meno c’erano tutti.

Nonostante il silenzio di quasi tutti i media, nonostante il panorama amorfo e tendenzialmente poco reattivo e le difficoltà organizzative, nonostante soprattutto la mancanza di quattrini che ci colpisce tutti, quella manifestazione è riuscita molto bene. Ed è riuscita a mettere insieme pezzi del Paese che raramente hanno modo di discutere tra loro o addirittura non si guardano proprio se non in cagnesco.

Un ottimo risultato. Poi il silenzio. Un silenzio parziale, perché sul territorio il lavoro di ripresa dei temi della Via Maestra è in molti luoghi cominciato. Ma un silenzio assordante per chi aspettava, e aspetta ancora, un cenno da parte degli organizzatori per capire “che fare” dopo, al rientro da Roma, per continuare il cammino sulla via da loro tracciata.

Dall’altra parte, nonostante il gran baccano su Berlusconi, nonostante il can can sulla Cancellieri, il lavorio di smontaggio pezzo a pezzo della Costituzione continua imperterrito. E la cultura politica sprofonda ogni giorno di più fino ad arrivare al grottesco e molto berlusconiano “dicono che ho le palle d’acciaio” del nostro presidente del Consiglio: una frase in cui c’è tutta la sottocultura machista e guerrafondaia che ha contraddistinto l’ultimo ventennio.

So benissimo che non è per nulla facile il “che fare”, ancor meno in un momento di confusione pressoché totale come questo. C’è bisogno di pazienza, di calma e gesso, come si diceva una volta. Ci vuole tempo.

Ma nella prima metà di dicembre ci sarà un altro importante appuntamento alla Camera dei Deputati dove arriverà in terzo passaggio il testo di modifica dell’articolo 138. Tutti sappiamo quanto sia pericoloso toccare quell’articolo.
Potremmo partir da questo punto fisso per dare continuità alla strada cominciata tutti insieme il 12?

Lorenza Carlassarre, nel suo ottimo Conversazioni sulla Costituzione scrive che l’ignoranza isola dalla vita collettiva, ostacola la partecipazione o la deforma rendendo difficile orientarsi, valutare, comprendere. E soprattutto non è difficile per il potere, con i mezzi di cui dispone, legittimamente o illegittimamente, manipolare i concetti secondo la convenienza politica per convincere cittadini impreparati. Persino parole come libertà, eguaglianza, legalità, costituzionalismo, imparzialità, onore, diritti e doveri, dignità della persona e riservatezza possono essere usate in modo da neutralizzarne il valore o addirittura servirsene in direzione inversa, alterandone il senso. Come avviene oggi, in particolare, con democrazia, concetto impropriamente inteso come dominio della maggioranza, ignorando volutamente l’aggettivo che la qualifica: democrazia “costituzionale”. Il costituzionalismo, si sa, non piace al potere che non vuole essere sottoposto a regole e limiti.

Per questo è e rimane fondamentale il senso de La Via Maestra, che non è mai stato quello di costruire un partito o un movimento politico o tantomeno (ri)costruire una rappresentanza per gli orfani delle disastrate (ex) formazioni politiche della cosiddetta sinistra radicale. Il senso dell’iniziativa è stato (e spero sarà ancora) quello di rimettere al centro la Costituzione. Divulgarla, farla diventare sentire comune e condiviso dalla più ampia parte della popolazione possibile. Impresa ardua se ha ragione il linguista Tullio De Mauro quando sostiene che “soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”, perché il 5% di chi ha tra i 14 ed i 65 anni non sa distinguere una lettera da un’altra o una cifra da un’altra; il 38% riesce a leggere con difficoltà, quando si tratta di singole scritte o cifre, mentre solo il 33% è in una condizione leggermente migliore, ma “un testo scritto che riguardi fatti collettivi, di rilievo anche nella vita quotidiana, è oltre la portata delle loro capacità di lettura e scrittura; un grafico con qualche percentuale è un’icona incomprensibile”.

Impresa ardua ma più che mai giusta, e più che mai indispensabile. Ardua ma non impossibile, se si comincia da qualche parte, se si continua il percorso iniziato il 12 ottobre. Buttiamo lì una idea, frutto di elaborazione collettiva: si torni in piazza a parlare di Costituzione. Ma non con un’altra grande manfestazione. Da soli, o in piccolissimi gruppi. In tutte le piazza di ogni città e di ogni paese. Con la Costituzione in mano, a leggere ad alta voce, e ad attaccar bottone con chi mostra segni di interesse. Spiegandola, raccontandola, mostrandone la concretezza e la necessità. Indicandola, anche, come via di uscita possibile e praticabile per la crisi culturale, economica e politica che blocca il nostro paese.
A Milano, in piazza Duomo, un tempo era abitudine sostare nei capannelli che si formavano spontaneamente a discutere di ogni cosa. E in quei capannelli se ne è fatta tanta di politica. E anche da quei capannelli, diffusissimi tra gli anni ’50 e ’60, sono partite le lotte sindacali operaie e studentesche che han costruito quella Milano democratica che oggi è solo un lontano e sbiadito ricordo.

E che non mi si prenda per nostalgico: sono gli stessi capannelli ad aver dato vita alle primavere arabe, o alla rivolta contro il regime turco. Perché la parola è potente, e la conoscenza temuta dal potere. Allora costruiamo conoscenza attraverso le parole, che sono l’unico strumento alla portata di tutti. Diamo un segnale positivo, diamo fiducia ad un percorso che, oltre ad essere indispensabile, darà forza e consistenza a chi si ostina a pensare che i temi che legano gli articoli della Costituzione Italiana siano gli unici temi della Politica. Perché se la Politica non si occupa di lavoro, giustizia sociale, redistribuzione della ricchezza, salute, scuola, cultura, pace allora smette di essere con la p maiuscola, dismette ogni pubblica utilità. E da politica diventa l’impegno di chi vuole conservare i propri privilegi e quelli delle caste o delle corporazioni che lo sostengono a costo di camminare sulla sofferenza di un intero Paese.

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