giovedì, Dicembre 8 2022

Queste parole Michela le ha scritte per Erri De Luca, ma credo valgano anche per le migliaia di oppressi che ogni anno lasciamo con indifferenza affogare nel mediterraneo, morire soffocati nei container. O, peggio, sotto le nostre bombe. Colpiti dalle nostre pallottole.
(P.S. La tav è da sabotare, condannate anche me)

 

Uno dei salmi che mi sono più cari è il 136, le cui parole sono così vicine alla mia sensibilità che molti anni fa le tradussi in sardo e le portai a un esame di Sacra Scrittura davanti a un teologo biblista che mi aveva insegnato che Dio poteva parlare anche la mia lingua.
Sono parole di preghiera, ma sono anche parole durissime e terribili, pronunciate da una terra d’esilio, da un popolo spogliato di tutto, minacciato nella sua esistenza e anche nella sua identità. Sono le parole di un uomo che si sente chiedere con leggerezza dai suoi oppressori: “dai, facciamo la pace, ormai è passato tanto tempo da quando vi abbiamo devastato la terra, stuprato le donne e portato via dalle vostre case! Sono trascorse due generazioni, i vostri figli sono cresciuti con i nostri, abbiamo piantato alberi insieme, ormai siamo un popolo amico. Cantateci canzoni della vostra terra, facciamo festa insieme!”.
Ma quell’uomo non vuole fare festa col suo oppressore.
Vorrebbe invece fargliela, la festa.
Sa però che non è suo diritto alzare la mano sull’oppressore: la vendetta è del Signore. Esercita allora quello che Erri De Luca in tribunale ieri ha definito “diritto di malaugurio”. Prima lo rivolge a sè stesso (“mi si secchi la mano, mi si attacchi la lingua al palato se mi azzardo a cantare con te”) e poi lo rivolge al suo deportatore:
“Figlia di Babilonia devastatrice, beato chi ti renderà quanto ci hai fatto, beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sfracellerà contro la pietra”.

Fa paura? Deve farne, perchè il grido dell’oppresso parte dal cuore delle cose più ferite. Non è dolce l’invocazione del defraudato, perchè sa distinguere ciò che va dimenticato da ciò che invece bisogna ricordare. Il grido del violentato strappa il timpano, perchè il perdono necessita che sia prima riconosciuta l’ingiustizia subita. E’ un canto di necessità che fa i conti anche con il lato oscuro della fede, quello che sa che non c’è pace possibile senza giustizia.

E’ un reato il malaugurio?
Se è così, De Luca lo ha certamente commesso e il malaugurato ha avuto paura. Sono felice di vivere in tempi in cui la parola di uno scrittore spaventa un potere, che sia politico, economico o mediatico.

A De Luca, per quel che vale la mia parola, faccio il buon augurio di uscirne dritto come la sua schiena.
Contro chi tace, contro chi acconsente, formulo invece il malaugurio di avere intorno tante assenze nell’ora del bisogno quanti sono i loro silenzi e i loro distinguo.

(da Facebook)