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Semiotica della sinistra

Questo pezzo è stato scritto per il sito ricominciadate|su la testa. Per questo, e non per un improprio uso di plurale maiestatico, comincia con un noi.

Noi siamo di sinistra, su questo non ci sono dubbi.
Ma non ci sono dubbi nemmeno sul fatto che noi di sinistra (e solo noi, non è cosa che riguardi quelli di centro o quelli di destra) si abbia un problema semantico.
Ho sentito tante persone, più o meno colte, più o meno importanti e certamente come me di sinistra, dire che “questa parola non ha più senso, che le categorie destra e sinistra sono vecchie, che l’importante essere delle persone per bene, che l’importante è essere onesti, che l’importante è…” (ognuno ci metta quel che anche lui, lo so, ha sentito dire).
Ho anche sentito tante persone, più o meno colte, più o meno importanti e certamente come me di sinistra, dire che “se questa è la sinistra, io di sinistra non sono” riferendosi in ordine sparso:
a chi ha portato l’Italia in guerra,
a chi ha contro-riformato la scuola e l’università,
a chi ha cominciato a smantellare i diritti dei lavoratori,
a chi ne ha minato la forza contrattuale,
a chi ha messo la questione di genere nella gabbia di uno zoo con le quote rosa, manco le donne fossero fenicotteri,
a chi ha fatto sì che la sanità privata (quella che permette a gente già parecchio ricca di fare altri soldi sulla pelle di chi è malato estorcendo denaro in cambio di quelli che dovrebbero essere diritti) sia diventata un valore da difendere,
a chi ha inseguito il mito della personalizzazione della politica,
a chi ha garantito lunga vita politica e economica a un signore che – dicono i magistrati – ha cominciato la sua carriera grazie ai soldi della mafia,
a chi ha difeso strenuamente banche e finanza invece di difendere non dico la Rivoluzione, ma quantomeno i diritti universali dell’uomo.
Mi fermo qui perché queste cose le sappiamo, e sono stufo di farmi del male, ma non posso fare a meno di chiedermi come diavolo posso fare a dirmi di sinistra, se per tanta gente che non vota più, tanti lavoratori che hanno votato per la lega e perfino per Berlusconi, e adesso vorrebbero magari votare per Grillo, il significato della parola sinistra sta nelle cose che “la sinistra italiana”, negli ultimi vent’anni ha fatto. Non è forse il contenuto concreto a definire una sua astrazione?
Penso a quelli che stavano alla sinistra del parlamento inglese. Ai sindacalisti dei minatori che hanno costruito un partito laburista che a quei tempi e visto da oggi era più di sinistra di qualsiasi cosa abbia mai avuto il potere nel mondo, penso a chi ha fatto la Resistenza contro il nazifascismo in Italia e nel mondo, penso a tutti quei comunisti che sono morti per mano di chi teneva il potere dicendosi lui stesso comunista, penso a Enrico Berlinguer, ma anche a tanti cattolici che insieme ai comunisti e ai socialisti hanno scritto la nostra Costituzione, una delle cose più di sinistra che siano mai state scritte.
E penso che per dirsi di sinistra e farsi riconoscere come tali, si debba ricominciare (da noi) a praticare quei principi e quei valori. A difenderli strenuamente. A non accettare più compromessi. A non cedere più nulla sul terreno dei principi sacrosanti di uguaglianza fratellanza e libertà, se si vuole ricominciare a far brillare gli occhi e fremere la speranza di un altro mondo possibile. Senza deleghe in bianco a nessuno. E senza pretendere che altri – che dovrebbero rappresentarci – possano essere capaci di fare quel che noi non siamo forse capaci di fare: essere di sinistra.

2 Comments

  1. Maurizio
    15 Ottobre 2012 at 7:43 pm — Rispondi

    dopo le lacrime, reagiamo. #sulatesta !

  2. 16 Ottobre 2012 at 11:01 am — Rispondi

    Non sempre nella politica internazionale uno più uno fa due. Più spesso prevale l’effetto farfalla. Ossia un battito di ciglia che, come una valanga, diviene un disastro, magari dall’altra parte dell’oceano.
    Se si vuole ragionare per indizi invece, è preoccupante che nella politica di tagli alle spese diffusa in tutta Europa, sono sempre esentate le spese militari, le cosiddette spese di pubblica sicurezza. Addirittura in qualche clausola degli accordi per il prestito alla Grecia è presente un obbligo ad acquistare armamenti dai soggetti prestatori.
    Le ultime manifestazioni avvenute in Italia, Spagna e Grecia sono state caratterizzate da disordini, scontri e abuso di manganelli.
    La spossatezza a cui sono sottoposti i cittadini, l’incapacità dei partiti a dare un segno chiaro che tutti, politicanti inclusi, condivideranno le ristrettezze economiche, sono elementi che indirizzano verso un aumento delle manifestazioni popolari di dissenso.
    Ecco, uno più uno non sempre fa due. Ma se si somma che i tagli interessano lo stato sociale, che le classi sociali tendono ad impoverirsi e rimarranno senza l’aiuto pubblico, che le uniche spese intoccabili sono quelle militari, il quadro diventa più fosco.
    Occorre stare attenti, vigilare affinché non vi siano derive autoritarie o populiste. In Grecia uno dei primi partiti è neonazista. In Spagna la Catalogna non vuole più essere Spagna. In Gran Bretagna la Scozia vuole l’indipendenza. Ad Anversa il nuovo sindaco è secessionista.
    E in Italia? Il reato di tortura non è reato (perché poi si legano le mani ai poliziotti) e gli appelli ad avere numeri identificativi sui caschi e sui manganelli delle forze di ps cadono nel vuoto. La dirigenza della polizia si salva dal carcere per un soffio e riceve i complimenti dal ministro dell’interno.
    Attenti, attenti. Non sempre uno più uno fa due.

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